La strada di Pacha Teatro  -  2009

Locandina

un progetto di Gigi Gherzi e della Compagnia del Teatro dell’Argine
 
liberamente tratto da
Pacha della strada di Gigi Gherzi e Giovanni Giacopuzzi
 
in scena: Gigi Gherzi
 
video: Alicja Borkowska, Ericailcane, Virgilio Villoresi 
oggetti scenici: Pietro Floridia, Gabriele Silva, Maddalena Nenzioni, Luana Pavani
musiche: Mario Arcari
aiuto regia: Alicja Borkowska

regia di Pietro Floridia
 

Lo spettacolo

Sedie bruciate, un baule, conchiglie, latte arrugginite, gabbie per topi, divise da soldato. È il “museo” di Pacha, è la strada che ha percorso, fatta delle sue cose. Pacha è una donna che vive in Nicaragua, in uno degli infiniti barrios poveri del mondo.

Ha raccontato la sua storia, fatta della felicità e dell’orrore di una vita dentro la strada, a Gigi Gherzi, che con lei ha attraversato i mercati, i terminali degli autobus, i barrios di Managua, pieni delle storie e delle umanità che li popolano. Lo spettatore sale sul palco, dove incontra gli oggetti di Pacha. A ogni oggetto è legato un quaderno con un interrogativo a cui lo spettatore può reagire lasciando un proprio pensiero, una prima risposta regalata allo spettacolo. E il gioco può iniziare.

L’attore entra in scena. È venuto a raccontare del viaggio di Pacha. È venuto a raccontare del nostro mondo, riscoperto grazie a sguardi che arrivano da lontano. E lo fa partendo dalle tracce lasciate dagli spettatori, dalle loro riflessioni e dalle loro parole.

Ogni sera un’esperienza diversa, niente testo fisso, ogni sera storie, aneddoti, personaggi diversi, ogni sera una piccola comunità di spettatori-autori vive una festa, inventa un rito, percorre un pezzo di cammino insieme.

Lo spettatore

Quando una città diventa straniera? Da cosa fuggono i figli? A cosa serve una divisa? Queste sono tre delle molte domande che l’ITC Teatro ha lanciato alla città. Centinaia di persone hanno già risposto, le più diverse. Hanno risposto bambini, spesso con disegni spiazzanti e visionari, rifugiati politici, studenti delle scuole superiori e dell’università, prestigiosi intellettuali, frequentatori della rete. Le loro risposte sono diventate testi dello spettacolo, dove si parla di periferie, di vite a rischio, della gioia e delle paure della strada. Ma l’attore-autore Gigi Gherzi lavora senza copione, improvvisa ogni sera partendo dalle risposte che gli spettatori producono appena entrano in teatro. Perchè ogni spettatore arriva ed è subito sul palco, con una penna e dei fogli in mano, davanti a un oggetto e a una domanda. Lo spettatore, ogni sera, comincia a scrivere, all’interno di una scenografia interamente tappezzata dalle frasi, pensieri, disegni, già prodotti da chi l’ha preceduto.
Gigi Gherzi comincia a dialogare con le risposte di quella sera, le incrocia con la storia di Pacha, la protagonista dello spettacolo, salta dal racconto, al commento, all’interazione col pubblico, autore quanto lui dello spettacolo.
A metà spettacolo gli spettatori scrivono sul retro di grandi foto, in silenzio diventano protagonisti assoluti del rito, riflettono sulle storie appena sentite, pongono temi e questioni nuove, a cui Gherzi risponde in diretta.
Teatro dello spettatore, e questa volta fino in fondo. Una novità radicale, uno spettacolo che cambia ogni sera, perchè ogni sera sono diversi gli spettatori e le questioni, i pensieri, i ricordi, i brani poetici che propongono. Teatro che si scioglie nel cerchio degli spettatori seduti attorno a colui che racconta, momento di comunità di pensieri e di relazioni. Teatro dello spettatore, dove lo spettatore abbandona la sua poltrona per diventare ogni sera attore principe dell’evento spettacolo.
 

P come Pacha

P come PACHA

Un'invenzione della Compagnia del Teatro dell'Argine e di Gigi Gherzi

cura del progetto: Francesca Veltre
 

P come Presentazione
P come Pubblico

P come Pandilla
P come Performativo
P come Possibilità
P come Parola

 

 

 

I video

Le foto

Seleziona una miniatura per scorrere l'intera galleria e scaricare quella che più ti piace.

Le recensioni

la Repubblica - 1 giugno 2009
Franco Quadri
La bella avventura di Pacha
Curioso non spettacolo che evoca la voglia del nuovo, La strada di Pacha, diretto da Pietro Floridia per il Teatro dell’Argine di Bologna: da quando entrando in sala ti trovi in una specie di museo dove, in tre scomparti evocanti rispettivamente l’infanzia, l’esilio e la guerra, scopri una serie di curiose composizioni a mezza via tra arte e gioco, a volte dei video,con acclusi comunque foglietti che ti chiedono di rispondere a domande su ciò che vedi, e sulla vita di Pacha, una donna nera del Nicaragua oggi sui 40, che a dodici anni già si curava di salvare i bambini della strada, prima di emigrare in Honduras e tornare infine a occuparsi di un barrio di Managua, come ci dirà poi Gigi Gherzi che seguì le vicende di questo gran personaggio anche in un romanzo scritto con Giovanni Iacopuzzi. Ora il suo appassionante racconto scorre con una divorante naturalezza, se si pensa che questa sua lunga evocazione ha la particolarità di cambiare ogni sera, perché il prorompente monologo parte dalle risposte date dagli spettatori alle domande trovate nei siti museali all’inizio. Si vive così l’attrazione e le angosce di un vivere alla giornata in un paradiso naturale in disarmo dove però non è proibito sperare.
 
Il Corriere della Sera edizione di Bologna - 16 gennaio 2009
Massimo Marino
La storia di Pacha nei ghetti di Managua
Entri in teatro e sei subito ne Le strade di Pacha, precipitato in uno dei brulicanti, poveri ghetti di Managua, Nicaragua. Una mappa, le poltroncine vuote, gli altri spettatori che si aggirano sul palcoscenico in un incantato museo rugginoso. Gigi Gherzi, l’attore che ha raccolto le storie di questa donna nera attraverso guerre e sogni, fame e lotte, ti invita a mescolarti agli altri, a rispondere a domande vergate su bigliettini. Ci sono armature piene di ingranaggi scassati, polverose macchine della memoria, panchine sfondate, scale che non portano a nulla, scatole dei ricordi, città fatte di vecchie serrature, gabbie, rami secchi, caleidoscopiche giostre di latta... Un mondo da esplorare, da far vivere, tra i suoni delicati di Mario Arcari e le videoanimazioni di Ericailcane. Questo originale spettacolo con la regia di Pietro Floridia lo fai anche tu. Finalmente Gigi Gherzi ci raduna: partendo dalle nostre risposte ai bigliettini, ci porta tra eserciti, bambini di strada, in 20 anni di fughe, violenze e irriducibili speranze.
 
Hystrio - aprile 2009
Massimo Marino
Nei ghetti di Managua

E’ teatro di narrazione, ma è anche qualcosa di nuovo. Entri in teatro e su una parete trovi subito una pianta di Managua. Sei precipitato in uno dei brulicanti,  poveri ghetti della capitale del Nicaragua. Le poltroncine della sala sono vuote: gli altri spettatore si aggirano sul palcoscenico in un incantato museo rugginoso. Gigi Gherzi, l’attore che ha raccolto le storie di Pacha, una donna nera che ha attraversato guerre e sogni, fame e lotte, ti invita a mescolarti agli altri, a visitare il palcoscenico, a rispondere per iscritto a domande vergate su bigliettini di diversi colori. Ti chiede cos’è per te un confine, cos’è la guerra o il ricordo, a altre domande fondamentali, che mettono in gioco. Ci sono armature piene di ingranaggi scardinati, polverose macchine della memoria, panchine sfondate, scale che non portano a nulla, scatole dei ricordi, città fatte di ricordi, città fatte di vecchie serrature, gabbie, rami secchi, caleidoscopiche giostre di latta, un intero mondo incantato e ferroso, come la nostra età, da esplorare, da sognare, lasciandosi prendere la mano dal tempo. Per ora, lo spettacolo devi farlo tu, visitatore, giocando con quelle macchine, ridestando memorie, tra i suoni delicati di Mario Arcari e le videoanimazioni di Ericailcane. Finalmente Gherzi ci raduna: partendo dalle risposte ai bigliettini, ricompone la storia, un po’ improvvisando, un po’ no, narrando di rivoluzioni e conflitti, facendo viaggiare tra eserciti che sbarrano la strada della vita, introducendo negli slum della metropoli e nella vita difficile ma allegra di Pacha, tra spacciatori e bambini di strada, in venti anni di fughe, violenze e irriducibili speranze. Il tono non è mai didattico, semmai partecipato. La storia nasce da un lungo soggiorno in Nicaragua, da storie colte personalmente. Non c’è ideologia: solo la voglia di comunicare un’esperienza, uno squarcio di vita distante che pure ci riguarda, un pezzo di mondo lontano reso vicino, con attenzione e devozione.
 
lospettatore.it - 15 febbraio 2009
Nicola Zuccherini
Sulla strada di Pacha
Gli spettatori scrivono lo spettacolo in presa diretta con l'attore

A forza di andare a teatro si diventa sospettosi o creduloni, sempre con torto. E più ti interessi al contemporaneo, al nuovo, alle invenzioni, più diventi incredulo e fastidiato dagli esperimenti, dalle contaminazioni, dai tentativi studi prove che affollano il fiorente mercato dell'incompiuto teatrale. Però, quando è stata la volta della prova di "teatro dello spettatore" ideata da Gigi Gherzi e Pietro Floridia per la Compagnia del Teatro dell'Argine con la produzione La strada di Pacha, il profumo di qualcosa di nuovo lo si è sentito.
L'attore ti accoglie, ti fa salire sul palco, con molta dolcezza e molta convinzione dipinte sulla sua faccia impossibile di maturo adolescente, ti invita a visitare il museo di Pacha (ma chi è? si domanda uno nel frattempo), dove c'è la cartina di Managua (ah ecco, si deve leggere Pàcia e non Pascià, devo aspettarmi aria latina e non atmosfera mediorientale) e tanti oggetti costruiti con materiali sfatti e rugginosi, cose che conservano solo vagamente l'aspetto di ciò che furono, macchine da cucire, cassetti, gabbie. In ciascuna di esse è nascosta una piccola meraviglia: una lanterna magica, un ingranaggio da azionare, delle figure minuscole da scoprire. Accanto, una domanda scritta e una pila di bigliettini per rispondere. Pescando tra questi biglietti Gherzi, ripreso possesso della ribalta, racconta la storia di Pacha, educatrice di strada nella capitale del Nicaragua, ma prima ancora soldatessa, commerciante, figlia di pescatori. Sono le risposte degli spettatori a dare il via agli episodi della narrativa, che risulta, così, diversa di sera in sera. Il gioco diverte e disorienta piacevolmente, senza sostituirsi al racconto di una biografia appassionante e lasciando libero il flusso delle emozioni. Anche la retorica, sempre in agguato, è tenuta a bada.
Il lavoro sul personaggio di Pacha meriterebbe un'analisi approfondita, che lasciamo agli specialisti limitandoci a osservare come, nelle parole di Gherzi, ci appare dapprima una figura mitica, eroica, ritta al centro della baraccopoli infestata dalle bande e dalla droga dove lotta per sé e per gli altri, poi si svela per gradi una donna simile a tante e uguale a nessuna, con la sua forza di femmina e le sue stranezze.
Presentato nelle scorse settimane all'Itc di San Lazzaro presso Bologna, lo spettacolo fa parte di un più ampio progetto di cui si può avere notizia qui: http://www.gigigherzi.it/index.html
 
Nokoss.net - 17 gennaio 2009
Valentina Fulginiti
La strada di Pacha
La strada di Pacha non è solo uno spettacolo. È molto di più. È una città di domande e risposte. È un romanzo, scritto a quattro mani da Gigi Gherzi e Giovanni Giacopuzzi, ma senza dimenticare la voce di Pacha, donna nicaraguense del Barrio Dimitrov, Managua. È un bar, dove ci si rilassa ascoltando musica calda e bevendo birra fredda. È uno spazio di dialogo (P come pandilla), un teatro di domande e risposte cui tutti possono accedere.
È un museo, che contraddice tutte le regole dei musei normali; qui le opere vanno toccate, e proprio nei punti sensibili, pulsanti e manovelle, se no l’opera non “parla”. Anzi, una visita al piccolo museo della Strada di Pacha farebbe bene a molti direttori di musei, compresi quelli d’Arte Moderna, per non parlare di certe guide, quelle che “Non si tocca, non si dice, non si fa…”
È difficile descrivere uno spettacolo del genere, che, senza rinunciare a un’essenza teatrale, si pone come esperienza complessa e integrata. Qualsiasi cronaca rischia di apparire fuori luogo, sia perché - come ricorda alla fine lo stesso interprete-performer Gigi Gherzi - ogni sera ha luogo un evento diverso, stimolato dalle diverse domande e risposte del pubblico, sia perché la cronaca non può restiture il senso di un’esperienza vissuta intimamente dallo spettatore. Si sale sul palco, sì, e in due tempi diversi; ma attraverso il contatto con le strane opere, i video e le installazioni (curate da Ericailcane e Virgilio Villoresi) che compongono il “museo interattivo” del palco, si è spinti a una disponibilità interiore, a una forma di accoglienza e di rispetto per la voce. Più che oggetti, sono creature, di ferro e latta, di legno (anche marcio) e zinco. Cose che riprendono una vita e pongono domande, si lasciano toccare. A volte capita di riconoscere la vita precedente di una cosa: una tomaia, o il profilo di una mannaia nella testa di un cavallo. Su tutto, la ruggine evoca i rifiuti di quel mondo che arrogantemente definiamo “Sottosviluppato”. «Che cosa ti evoca l’espressione “VITE DI SERIE B?», domanda perfidamente una piccola installazione di alluminio.
La storia di Pacha viene intessuta ogni sera in maniera diversa dal performer, che rielabora il suo racconto a partire da tutte le risposte, che gli spettatori hanno annotato e lasciato cadere in quattro ceste. Il senso dell’esperienza è tutto qui: nulla ti parla se non sei disposto a interrogarlo, a stabilire un’apertura che è prima di tutto interiore. Le esperienze non vanno succhiate e polverizzate distrattamente; ci sono fasi diverse, come in ogni vero incontro. Non esiste anonimato: “Chi l’ha scritto?”, chiede educatamente il performer ogni volta che si appropria di un pensiero, di una frase. Si risponde semplicemente, senza esibizionismi né pudori: “Io”. È uno scambio di domande e risposte, non una fiera di primedonne.
È solo tramite la partecipazione, pur lontana dai chiassosi stereotipi del coinvolgimento a tutti i costi, che si arriva all’altro, senza presunzione. Al pubblico finalmente accomodato in sala, il narratore racconta la storia di Pacha, donna nera che lotta contro la violenza dei pusher e dei pandilleros, capibanda criminali; la donna che cucina riso e fagioli per gli ultimi della discarica, quella che dorme con i ragazzi di strada e, all’occorrenza, sa anche prenderli a sassate; la donna dai molti soprannomi che sapeva creare comunità anche a undici anni, tra un fitto gruppo di alberi. Pacha nell’esilio, nella controrivoluzione e nella guerra.
Quando si ritorna in palcoscenico, per la seconda parte dello spettacolo, si comincia finalmente a capire, che cosa vuol dire “essere comunità”. Saper condividere un cerchio, un bicchiere in mano; ma anche e soprattutto provare a immaginare la vita dell’altro. Ognuno prende in mano una foto (con le dovute cautele: spesso “l’immagine è la fine di tutti i racconti”, dice serio il performer), e per una volta, le guarda senza la solita anestesia morale. E si capisce perché, come racconta Gigi Gherzi, il lavoro di Pacha sulla strada è simile a quello dello scrittore (o narratore): capire il punto di vista dell’altro, anche il più abietto. Capire il ragazzo di strada che si tatua draghi e serpenti sul corpo per essere cattivo, perché «certe cose succedono solo a noi poveri», capire la rabbia lasciata esplodere nei quartieri poveri.
Davvero, si scende dal palco un po’ diversi da prima: arricchiti come persone. È un modo per condividere un racconto, assumendone la responsabilità. Perché, come dice Pacha quando racconta il suo affetto per i ragazzi di strada, “le parole non contano. Conta l’esserci”.

Le date

Per rimanere aggiornati sulla tournée del Teatro dell'Argine, iscrivetevi alla newsletter cliccando qui.

Teatro dell'Argine Società Cooperativa Sociale | Sede legale via dei Gelsi, 17 | 40068 San Lazzaro di Savena - BOLOGNA | P.I. 02522171202