I cavalieri - Aristofane cabaret Teatro  -  2010

Locandina

Una produzione Teatro dell’Argine e Castel dei Mondi Festival
in collaborazione con Castel dei Mondi Festival, Lunatica Festival, Provincia di Massa Carrara e Archivio Rossini Opera Festival

di Mario Perrotta
dai testi di Aristofane

con Donatella Allegro, Lorenzo Ansaloni, Giovanni Dispenza, Mario Perrotta, Paola Roscioli, Maria Grazia Solano

musiche dal vivo eseguite da Mario Arcari e gli attori della compagnia

regia di Mario Perrotta

 
Prima Nazionale 
4 settembre 2010
Festival internazionale Castel dei Mondi  - Palazzo Ducale - Andria (BT)
 
PREMIO SPECIALE UBU 2011

Il Premio Ubu '11

MARIO PERROTTA DEL TEATRO DELL’ARGINE VINCE IL PREMIO SPECIALE UBU 2011 PER LA TRILOGIA SULL’INDIVIDUO SOCIALE

Lunedì 12 dicembre al Piccolo Teatro Grassi di Milano è stato consegnato a Mario Perrotta, attore, regista e drammaturgo del Teatro dell’Argine, il Premio Ubu 2011 nella categoria Premio speciale per la Trilogia sull’individuo sociale.

Il premio è stato assegnato a Mario Perrotta per la Trilogia sull’individuo sociale, del quale coglie la disgregazione nel mondo contemporaneo.

La Trilogia, nata e prodotta dal Teatro dell’Argine in collaborazione con alcune importanti realtà teatrali italiane, comprende gli spettacoli Atto finale – Flaubert, I cavalieri – Aristofane cabaret  e Il misantropo – Molière.

L’indagine si è svolta nell’arco di tre anni (2009, 2010 e 2011) ed è iniziata con la messa in scena del testo di Molière che ha debuttato in prima nazionale al Festival delle Colline Torinesi 2009, prodotto da Teatro dell'Argine in collaborazione con: Castel dei Mondi Festival di Andria, Festival delle Colline Torinesi, Festival Armunia Castiglioncello,Lunatica Festival, Provincia di Massa, Comune di Poggibonsi. È proseguita con l’allestimento de I Cavalieri – Aristofane cabaret che ha debuttato in prima nazionale al Castel dei Mondi Festival di Andria 2010, prodotto da Teatro dell'Argine in collaborazione con: Castel dei Mondi Festival di Andria, Lunatica Festival, Provincia di Massa Carrara. Si è conclusa nel 2011 con la messa in scena di Atto finale – Flaubert ispirato dal romanzo incompiuto Bouvard e Pécuchet di Flaubert che ha debuttato al Castel dei Mondi Festival di Andria 2011, prodotto da Teatro dell'Argine in collaborazione con: Castel dei Mondi Festival di Andria, Lunatica Festival, Provincia di Massa Carrara, Regione Puglia, Unione Europea, Teatro Pubblico Pugliese.

Lo spettacolo

"Questo non è Aristofane, questo è Aristofane rovistato e scorretto. Questa è una scorrettezza continua, è una fotografia scattata a sorpresa, senza preavviso, a futticumpagnu. E' un Aristofane preso a prestito, quando serve, altrimenti... bastiamo noi".

Così comincia il mio nuovo cabaret contemporaneo. Come la televisione ci propone ogni giorno, l’agone politico - il momento più alto di una vera democrazia - ridotto a un cabaret, un avanspettacolo truce, fatto di parole vuote berciate al massimo volume, vaniloqui di chi non sa che cosa dice ma poco importa, purché risulti inascoltabile la voce dell’avversario. Complice di questo nulla spettacolare il pubblico inebetito, il popolo, che qui diventa il vero protagonista di una drammaturgia originale. Se con Molière sono stato filologicamente corretto, rispettando testo e versi alessandrini, con Aristofane sarò irriverente, lo prenderò a prestito, mantenendo intatta, però, la veemenza politica dei suoi testi, per realizzare una fotografia d'Italia il più possibile urticante, uno spaccato a sorpresa di un paese complice del potere, un paese che sfoga la sua rabbia per una situazione che, al di là delle rimostranze verbali, continua ad alimentare colpevolmente. " La storia siamo noi, nessuno si senta escluso". Basta virare in negativo uno dei versi più noti della canzone d'autore italiana per ritrovarsi di fronte i protagonisti del dissesto sociale e morale in cui viviamo. "C'è la crisi, non si campa più con 'sta crisi" diventa così, il tormentone dietro il quale nascondere le proprie responsabilità, il mantra italiota che ci libera tutti, l'oppio contemporaneo di un popolo mai diventato nazione. E allora saranno scintille tra contendenti, musica oscena per rime triviali, intermezzi pubblicitari, gran varietà, cavalieri e macellai, e martellanti insofferenze da condominio. Panem et circenses per tutti!

 

La trilogia

Trilogia sull’individuo sociale
un'indagine di Mario Perrotta

Scarica il pdf del dossier sulla trilogia

Progetto vincitore del Premio Speciale Ubu 2011

(2011) Atto finale - Flaubert - Dell’utopia individuale 
(2010) I cavalieri - Aristofane cabaret - Dell’agone politico e della utopia sociale
(2009) Il misantropo - Molière - Dell’individuo VS sociale


“Individuo sociale” è una contraddizione in termini. È un’utopia, una condizione limite cui tendere. O uno è “individuo” oppure è “sociale”: è sufficiente l’incontro/scontro con l’altro per mettere in crisi i confini della nostra individualità - questo lo sappiamo bene tutti. Ed è questa lacerazione tra le proprie istanze e quelle dell’altro che ci governa continuamente, nel nostro agire quotidiano e nella nostra evoluzione di razza umana. Eppure tutti vorremmo essere animali sociali, tutti vorremmo vedere il trionfo definitivo della giustizia, dell’equità e della solidarietà. Il vero guaio è che ognuno – ogni individuo – ha un concetto tutto suo di giustizia, di equità e di solidarietà. E siamo di nuovo al muro contro muro: individuo contro individuo. Tre testi dunque, tre farse violente – o grottesche tragedie – per rispondere a un interrogativo: siamo per natura individualisti o animali sociali?

L’indagine si è svolta nell’arco di tre anni (2009, 2010 e 2011) ed è iniziata con la messa in scena del testo di Molière che ha debuttato in prima nazionale al Festival delle Colline Torinesi 2009, prodotto da Teatro dell'Argine in collaborazione con: Castel dei Mondi Festival di Andria, Lunatica Festival, Provincia di Massa, Festival delle Colline Torinesi, Festival Armunia Castiglioncello, Comune di Poggibonsi.
È proseguita con l’allestimento de I Cavalieri – Aristofane cabaret che ha debuttato in prima nazionale al Castel dei Mondi Festival di Andria 2010, prodotto da Teatro dell'Argine in collaborazione con: Castel dei Mondi Festival di Andria, Lunatica Festival, Provincia di Massa Carrara.
Si è conclusa nel 2011 con la messa in scena di Atto finale – Flaubert, ispirato dal romanzo incompiuto Bouvard e Pécuchet di Flaubert, che ha debuttato al Castel dei Mondi Festival di Andria 2011, prodotto da Teatro dell'Argine in collaborazione con: Castel dei Mondi Festival di Andria, Lunatica Festival, Provincia di Massa Carrara, Regione Puglia, Unione Europea, Teatro Pubblico Pugliese.


Il 12 dicembre 2011 al Teatro Piccolo di Milano, Mario Perrotta ha ricevuto il Premio Ubu per l'intero progetto con la seguente motivazione:

Premio Speciale Ubu 2011 a Mario Perrotta per la "Trilogia sull'individuo sociale" del quale coglie la disgregazione nel mondo contemporaneo.


La stampa su Atto finale - Flaubert

Repubblica – Rodolfo Di Giammarco
Dialogo con Flaubert sulla solitudine del web. (…) Una coppia beckettiana di transfughi che si isolano e cercano online (non trovandole) le ragioni della vita e di un oltre. (…) Un caso di drammaturgia binaria che celebra il vuoto.

Avvenire – Domenico Rigotti
Uno spettacolo coeso, denso di contenuto, avvincente e convincente. (…) Uno spettacolo dove la satira della stupidità umana è quanto mai feroce. (…) Superba anche la parte visiva. (…) Il debutto al Festival dei Mondi di Andria che va sempre più rivelandosi come vetrina fra le più interessanti di quel "nuovo teatro" di cui Perrotta è senza dubbio uno della figure più originali. Meritevole di accesso nei grandi teatri.

Libertà – Enrico Marcotti
Perrotta utilizza una chiave di lettura sorprendente, spiazzante, ma al tempo stesso decisamente efficace per restituirci il cuore del pensiero flaubertiano. (…) Spettacolo intelligente, maturo, denso di significati, ottimamente interpretato, che vorremmo rivedere in qualche teatro “altolocato” a fronte, spesso, di proposte deludenti.

Hystrio - Domemico Rigotti
Mario Perrotta e Lorenzo Ansaloni, in perfetta osmosi, si lanciano in un match che non dà tregua. Bravissimi: il primo un Bouvard dall’accento leccese, il secondo un Pécuchet dalla carnosa parlata bolognese. A contribuire al successo anche la brava Paola Roscioli e Mario Arcari che, al pianoforte dilettandosi con le bachiane Variazioni Goldberg, anche lui contribuisce a spezzare l’incantesimo cibernetico.

www.paneacqua.eu - Govoni e Ameruoso
La loro è una tana, un rifugio o una prigione in cui non manifestano agonismo, piuttosto complicità a volte inconsapevole, che conduce all'immagine talvolta tesa al ridicolo, di un isolamento allucinato che non sarà sconfitto dalla conoscenza.


La stampa su I Cavalieri - Aristofane cabaret

Corriere.it - blog Controscene -  Massimo Marino
Non è più la satira tante volte ascoltata, un po’ inoffensiva, in fin dei conti rassicurante e assolvente: è un gesto gaglioffo che col suo procedere da carro armato, con i suoi sorrisetti, le sue moine ritmiche cresce e macera la nostra identità sempre più incerta.
Un trascinante blob teatrale, un vorticoso cabaret, implacabile, materiale teatrale acre. A ritmi folli ed entusiasmanti.

Ateatro.it - Anna Maria Monteverdi
Magnifico cabaret: uno spettacolo davvero esilarante, ricco, generoso, folle, sfrontato. Un cabaret alla Brecht questi “Cavalieri”, un cabaret nero. L’ottimo spettacolo di Mario Perrotta, ci fa piantare gli occhi in faccia alla vita.

Hystrio - Laura Caretti
Nell'amara riscrittura di Perrotta gradualmente le parole si spengono, la bocca non ha più suono e si apre in un ghigno vorace. Aristofane, prima tradotto in un cabaret alla Petrolini, finisce con l'assomigliare a Ionesco.

Retididedalus.it - Titti Danese
Perrotta si scatena a riscrivere Aristofane in sintonia, ma con palese irriverenza, al commediografo greco. Spettacolo complesso, orchestrato con grande rigore, con gli interpreti che si destreggiano abilmente tra musica, canzoni e monologhi per una comunità dispersa, ossessionata dalla crisi e da un futuro senza prospettive.


La stampa su Misantropo - Molière

Repubblica - Rodolfo Di Giammarco
C’è memoria del teatro del primo Mario Perrotta (...) C’è la politica, ne il Misantropo - Molière che Perrotta traduce e realizza avviando una “Trilogia sull’individuo sociale” (...) C’è sana denuncia della piaggeria verso il potere (...). E c’è accusa per i nostri leader sornioni, indignazione per le escort d’alto bordo (... ) E c’è ritmo e senso.

Corriere.it - blog Controscene - Massimo Marino
Il misantropo è la prima tappa di una Trilogia sull'individuo sociale che proseguirà con I cavalieri di Aristofane e Bouvard e Pécuchet di Flaubert. Già da questa prima tappa si apprezza la regia efficace e il coraggio di Perrotta, che abbandona la strada dell'aedo tutto solo in scena per misurarsi con un testo in compagnia.

L’Unità - Rossella Battisti
Mario Perrotta mette da parte, con coraggio, i successi degli assoli e passa a un Molière corale per otto attori. Traducendo, aggiornando al contemporaneo i riferimenti del testo, lavorando all’attualità politica di un Misantropo che si fa “militante dell’etica”.

Hystrio - Claudia Cannella
Una traduzione che sarebbe piaciuta a Garboli. Coraggiosa la scelta registica. E lo spettacolo lo si è visto crescere (e ancora crescerà). A partire dal protagonista, l'Alceste di Marco Toloni, alla splendida Celimene di Paola Roscioli, padrona assoluta della scena fin dal debutto.

La Gazzetta di Parma - Valeria Ottolenghi
Sempre perfetto il festival Armunia di Castiglioncello. Tra gli spettacoli di particolare interesse, intelligenza e fascino, «Il misantropo » diretto da Mario Perrotta. Questo spettacolo resterà alla memoria a lungo.

Stilos - Titti Danese
un Teatro scabro, rigoroso, essenziale in cui la questione etica emerge senza retorica alcuna in una messinscena assolutamente godibile. Ottimo inizio per un progetto triennale che merita attenzione e sostegno.

Corriere di Firenze - Tommaso Chimenti
La storia del “Misantropo” moleriano sembra perfetta per descrivere i nostri tempi e la traduzione di Perrotta, fresca, diretta come diretti con i guantoni tra le corde, dal linguaggio quotidiano senza scadere in quello televisivo, ben riesce a dare ritmo ed una ulteriore regia. Una scelta politica.

Le recensioni

Corriere della Sera (ed. Bologna) - 12 dicembre 2010
Aristofane nell’era Berlusconi: i "Cavalieri" in cabaret di Mario Perrotta
di Massimo Marino
È stato già detto tutto, in satira, dell’infelice periodo da basso impero che viviamo, della disastrata casa Italia, della deriva collettiva, delle avidità collettive e dei vizi individuali? Sì, ma Mario Perrotta prova a ripetere le stesse cose in un trascinante blob teatrale che si ispira nientemeno che al padre della satira in palcoscenico, a quell’Aristofane che le storie del teatro ci dicono visse tra il 444 e il 385 (circa) avanti Cristo, nell’Atene maestra della democrazia, potenza imperiale che si apprestava a diventare città di provincia. 
Perrotta mette in scena I cavalieri. Aristofane cabaret come seconda tappa di una sua trilogia intitolata con un ossimoro L’individuo sociale, “un’utopia, una condizione verso cui tendere”, scrive. L’anno scorso si era cimentato con Il misantropo di Molière, in uno spettacolo duro ma tutto sommato rispettoso del testo di partenza (il prossimo sarà un Bouvard e Pecuchet da Flaubert). Alle prese con Aristofane, cambia metodo drammaturgico: l’autore, questa volta, sarà “rovistato e scorretto”. Perché le commedie del greco respirano l’aria e i conflitti della sua società, facendo i nomi di demagoghi, incanta-villani, corruttori del costume pubblico. Nomi vecchi di 2.500 anni, come i vizi, che a noi direbbero poco senza un robusto apparato di note. E allora da I cavalieri, commedia della disputa tra un Paflagone (uno che urla sempre a voce alta, come i nostri politici nei talk show televisivi) e un Salsicciaio per chi debba prendersi cura del vecchio, malfermo Demos (il popolo) trae un vorticoso cabaret, un po’ berlinese, con umori caustici alla Brecht-Weill, un po’ varietà o avanspettacolo dell’Italietta d’antan, con molto Petrolini, qualcosa dei fratelli Marseglia (la macchietta) o di un’altra illustre famiglia di grandi guitti napoletani, i Maggio. Insomma si ride e si canta, con le teatralissime musiche di scena di Mario Arcari, un’intera orchestra, molti colori narrativi e svariati generi in una sola persona, sulle rovine di un’Italia costruita a metà. 
La scena si svolge all’interno di un’impalcatura in tubi innocenti. Gli attori - in vestito nero e lunga zimarra a frac, a volte con cilindro da rivista a volte senza, usando microfoni a filo o a asta come protesi che danno consistenza a una voce sempre sopra le righe - popolano i diversi piani dell’edifico che non c’è, tra controluce inquieti, inquadrature dei singoli, scene colorate di un rosso invasivo. Si schierano in alto per stagliarsi, aggredire o proiettarsi nel sogno, si riuniscono al livello terreno per presentarsi e graffiare meglio, si inerpicano su scale creando figurazioni di gruppo in direzioni concordi o opposte, si attaccano a pali portanti in oscene figure di lap dance. 
La prima parte si chiama Condominio Italia ed è uno s-concerto di voci fin troppo quotidiane: tutti i pregiudizi e i mal di pancia vomitati in pubblico in sovrapposizione e contrappunto, gli stranieri, le tasse, le intercettazioni, le toghe rosse, papi, le escort… e chi più ne ha più ne metta, in un sinistro riepilogo dell’idiozia in cui siamo immersi. Un inizio parte perfino imbarazzante, che ti apre un dubbio: perché riprodurre in teatro l’orrore che ci circonda? Perché farlo apparentemente senza un giudice, un punto di vista, come poteva essere il coro dei Cavalieri in Aristofane? 
Nella seconda parte si raggiunge il sublime demenziale, con lo scontro nel talk show Porca a porca tra il “carnazzaro” (L’uomo nuovo del titolo, rassomigliante a un Bersani ancora più dislessico e inrustichito di quanto non sia l’originale) e il Presidente, con coro delle Sorelle Badoglio a fare gli stacchetti musicali. Deliziosi i giochi di parole, i doppi sensi, gli slittamenti semantici, introdotti da una versione per sax urlato della sigla di Vespa, il famoso tema di Via col vento virato da Arcari in irresistibile, soffiato free jazz. Lo spettacolo cresce, diventa implacabile, rivela la sua alta qualità nel ritmo che tritura la banalità, l’orrore, rendendola materiale teatrale acre. Non è più la satira tante volte ascoltata, un po’ inoffensiva, in fin dei conti rassicurante e assolvente: è un gesto gaglioffo che col suo procedere da carro armato, con i suoi sorrisetti, le sue moine ritmiche cresce e macera la nostra identità sempre più incerta. 
L’ultima parte è un sogno delle donne, di un mondo più giusto, senza violenza, da raggiungere col metodo più vecchio del mondo: lo sciopero del sesso (l’ispirazione viene da un’altra commedia di Aristofane, Lisistrata; ma Perrotta, alla fine dello spettacolo visto all’Itc di San Lazzaro, racconterà di come questa ribellione sia stata attuata in contesti recenti). Sono in alto, nella struttura metallica, le attrici, in rossi controluce, a immaginare, con rabbia, un mondo più dolce, necessario. Ma i sogni durano poco: ritorna l’inizio, lo s-concerto di voci urlate, di interessi particulari, e poi un’ultima piroetta. Tutti gli attori, in proscenio, si ripresentano mascherati: le vecchie maschere dell’antica commedia italiana. Che non ha più parole. Solo gesti. Gli stessi di sempre: mangiano, fottono, bevono, rubano, cacano. 
Non si salva nessuno nel cabaret aristofaneo di Perrotta, di questa Italia che sembra appassionata a un solo gioco: “futti-compagni”, come scrive nel suo pugliese l’attore. Ovvero: sono tutti uguali? Proprio tutti uguali? E non ci salviamo dalla politica spettacolo, dalla vita spettacolo più neppure noi spettatori, distanti complici di ogni disgusto? E può uno spettacolo teatrale essere un blob o deve proporre qualcosa di diverso, di più? Questioni, tutte lecite, di fronte a questo lavoro, che scombina le carte, le certezze. Che però, nel suo sviluppo, risolve ogni dubbio (perfino quello vetero-politico di qualunquismo). Perché resta e incide quel ritmo guascone che dopo un primo momento di diffidenza prende, coinvolge, fa perfino ridere del trito e ritrito, trasporta in basso, molto in basso, e dà l’illusione di poter sognare, di poter vedere e fare, volare, e poi precipita di nuovo in una stronzaggine abissale. Non so se, alla fine, ci siamo indignati di come siamo, come forse pretenderebbe l’autore. I tempi hanno anestetizzato completamente l’indignazione. Sicuramente ci accorgiamo che paradossalmente, grazie alla bravura di attori tutti da ricordare, per poco più di un’ora, a ritmi folli ed entusiasmanti, siamo stati proiettati da un’altra parte, in un tempo concentrato che contiene (e trasforma, almeno nella mente e nel cuore) il nostro avvilito quotidiano.
 
ateatro.it - n. 127.72 dicembre 2010
Magnifico cabaret
di Anna Maria Monteverdi 
I Cavalieri, liberamente ispirato ad Aristofane, allestito dal Teatro dell’Argine di Mario Perrotta per due settimane in prima nazionale a Bologna, è uno spettacolo davvero esilarante, ricco, generoso, folle, sfrontato; una fotografia mostruosa e ahimè, fin troppo realistica delle facce inalterabili degli uomini illustri (o dei sopravissuti come avrebbe detto Canetti) che la politica italiana ci serve quotidianamente su tutti i format possibili e in tutte le salse. Certamente lo spettacolo visto a pochi giorni dal voto parlamentare sulla fiducia al governo, assume altri connotati: sarà possibile oggi, dopo il 14 dicembre (che suona un po’ come l’ecatombe dell’11 settembre), precipitare in un precipizio ancora più profondo? E una volta toccato il fondo di questa economia malata e militarizzata, che succederà alla classe lavoratrice, allo studente, alla famiglia monoreddito, all’artista, al teatrante? Gli rimane la TV.
Un cabaret alla Brecht questi Cavalieri, un cabaret nero, assai incattivito (anche per noi..) contro la politica-spettacolo, contro questo governo, qua messo alla berlina con le sue maschere grottesche e i suoi clown di regime (la Carfagna, Vespa), contro l’Innominabile, ovvero il Signor Dappertutto, insomma, Lui (non quel LUI di appesa memoria, ma il cavaliere, l’Uomo-Stato), con i suoi vizi che sono un problema per il Paese; ma per par condicio, ce n’è anche per l’opposizione che oppone all’Uomo vecchio l’Uomo nuovo: Bersani; ed ecco in scena un becero salsicciaio che viene sconfitto al primo duello televisivo da chi meglio di lui sa rovistare le interiora altrui. Tra calembour, avanspettacolo e richiami a Nino Taranto e a Gabriella Ferri sapientemente resi in canto e in musica dagli attori tutti, ecco in mostra il teatrino della politica: su palchetti incorniciati da ferro tubi da edilizia, questi esseri spregevoli, feroci e arroganti si mostrano nella loro maschera sordida che neppure la morte, che continua a fare il suo mestiere, riuscirà a scalfire. L’onestà è da tempo estinta dentro il Parlamento e parole come giusto, equo, legittimo sono state sostituite con compravendita illecita, prezzo, ricatto. 
Ma l’attacco in scena viene poi generalizzato a tutte le illegalità possibili nel nostro Belpaese, a chi rubacchia, a chi non paga le tasse a chi prende i soldi in nero, a chi si lamenta del vicino, dell’extracomunitario, delle leggi ad personam, delle mafie ma alla fine, in fondo in fondo, è lui stesso un truffatore, un meschino, un guerrafondaio. Lo scontento è più che altro un mugugno senza argomenti e non si manifesta in azioni di protesta da parte di protagonisti o comparse di questa misera commedia umana. Il rumore di fondo infatti, non è quello della rivolta sociale o dei manifestanti in piazza per una ridistribuzione delle ricchezze, non ci sono barricate e nessun assalto è previsto (almeno per ora..) al Palazzo d’inverno. Gli inni corali, i canti, le musiche ritmate non sono segnale di ribellismo: sono solo i jingle della Tv. 
Ed è su questa linea del riso tragico (e del riso farmaco) che lo spettacolo si articola sapientemente per raccontare qualche dura verità che va a colpire nel segno: del resto, come nota giustamente Bachtin, “il riso ha un profondo significato di visione del mondo, è una delle forme più importanti con cui si esprime la verità del mondo nel suo insieme, sulla storia, sull’uomo; è un punto di vista particolare e universale sul mondo che percepisce la realtà in modo diverso, ma non per questo meno importante (anzi forse più importante), di quello serio”. 
Complice un Aristofane rovistato e scorretto, I Cavalieri imbastisce rutilante musica in diretta, gag continue, canti e un collage di testi demenziali ispirati a eventi che sembrano provenire da Marte ma che sono rubati “dalla vita in diretta” del Parlamento italiano o da una puntata di “Porca a porca” (la versione surreale del talk show vespiano). L’assuefazione a queste maschere terrifiche non ci permette più di vederle nella loro spregevolezza e arroganza: potere dei media. Ci rimane il teatro che appunto, come nell’ottimo spettacolo di Mario Perrotta, ci fa piantare gli occhi in faccia alla vita. 
Di fronte al disastro qualcuno si indigna, e sciopera: le donne, ecco le Lisistrate di oggi a dimostrare in piazza e a voler obbligare gli uomini a fare leggi giuste ed eque, pena l’astinenza sessuale per i mariti. Ma persino le guerrigliere cadono di fronte alla lusinga della carne. Così l’inno di riscossa si risolve in una capitolazione sotto le lenzuola. Ogni speranza è vana: siamo tutti schiavi senza possibilità di riscatto: “Chi è Stato è stato e chi è Stato non è, chi c’è c’è, e chi non c’è non c’è” (CCCP).
 
Hystrio - n. 4 - 2010 
I Cavalieri - Aristofane cabaret
di Laura Caretti 
"Questo non è Aristofane" è l'avvertimento che dà il via al prologo nel nuovo spettacolo di Mario Perrotta: I Cavalieri -Aristofane Cabaret: una partitura di voci allarmate per la crisi, cariche di risentimento, angosciate per la mancanza di un lavoro e per un futuro senza prospettive. Parlano di evasione fiscale, di violenza ed è subito chiaro che questo "condominio Italia" rappresenta una polis divisa, una comunità dispersa, priva di una coesione che dia forza. 
Solo l'ascesa di "un uomo nuovo" che si contrapponga al vecchio che governa sembra riunirla. A questo punto, l 'Aristofane dei Cavalieri dà spunto alla messinscena di un esilarante scontro, in diretta televisiva, tra il "salsicciaio" (poco abile campione dell'opposizione) e il "telecomandante" (nella commedia antica il demagogico Cleone) che tra frasi roboanti e spudorata esibizione di volgarità lascia l'avversario capace solo di contrapporre la parola "vergogna" al bordello che invade la scena. 
Ma chi si vergogna più? Chi può arrestare la puttaneria che trionfa? Aristofane ha avuto fiducia nell'azione delle donne sul parlamento, ma anche questo, sulla nostra scena contemporanea, è visto come un sogno utopico. Una novella Lisistrata parla della violenza dei mariti, chiede solidarietà e azione comune alle altre donne. Questo sì, è Aristofane! Ma, nell'amara riscrittura di Perrotta, le donne non resistono alla seduzione. Gli uomini che implorano il ritorno delle mogli nei loro letti, riescono, al ritmo di una tarantella napoletana, a convincerle a "togliersi la giacchetta" e con questo strip tease il sogno sfuma e si ritorna al coro dell'inizio. 
Le speranze che un uomo nuovo vinca il vecchio "cavaliere", e che le donne sappiano convincere gli uomini a cambiare, si sono dissolte. Restano solo le voci sparse di individui che pensano ciascuno per sé.. Voci sempre meno forti, meno preoccupate, pronte a convincersi che in fondo non si sta poi così male e, se si salva se stessi, chi se ne frega degli altri. Spenti i gridi di allarme, la comunità ora si arrangia come può e si accuccia sui propri bisogni materiali. Gradualmente le parole si spengono, la bocca non ha più suono e si apre in un ghigno vorace. 
Con la parola, si perde anche la fisionomia umana. In un'azione muta assistiamo a una progressiva, grottesca, metamorfosi animalesca. E' un epilogo cupo, di grande forza espressiva: gli attori, col viso coperto dalle mezze maschere della nostra Commedia dell'Arte, mimano un'umanità progressivamente immersa in un brago, ridotta a sesso e tubo digerente. Eccoli in proscenio che mangiano, fottono e cacano... La scena si abbuia e Aristofane, prima tradotto in un cabaret alla Petrolini, finisce da ultimo con l'assomigliare a Ionesco.
 
leretididedalus.it - settembre 2010 
Amaro Gran varietà per una vita senza più sogni né desideri
di Titti Danese 
Nel suo ultimo spettacolo “I Cavalieri – Aristofane Cabaret”, il quarantenne attore-regista leccese si scatena a riscrivere temi e personaggi del commediografo greco in una chiave grottesca e tragicamente attuale. Ne viene fuori un ‘condominio Italia’ che appare una comunità dispersa, ossessionata dalla crisi e da un futuro senza prospettive e tuttavia pronta a ogni compromesso, tutti abilissimi nell’arte di arrangiarsi. 
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Il cabaret contemporaneo di Mario Perrotta attinge in sintonia ma con palese irriverenza al commediografo greco in questa seconda puntata di “Trilogia sull’individuo sociale” a cui approda dopo il successo dei suoi straordinari monologhi. Così oggi i suoi racconti scelgono la coralità, ‘necessaria’ per un confronto a più voci, che, dopo la rigorosa messinscena del Misantropo di Molière, qui si scatena a riscrivere temi e personaggi di Aristofane in chiave tragicamente attuale. Così l’agone politico è un avanspettacolo squallido, esibito in TV, a cui partecipano spettatori inebetiti e ansiosi di farsi protagonisti di questo tempo cinico e scellerato. “Me ne fotto della crisi 
pago in nero e non ci penso, c’ho lo sconto sul compenso dal dentista e dal dottor..” Un popolo incapace di reagire e di indignarsi che vive di sotterfugi e di espedienti, coltivando ognuno il proprio privatissimo interesse, senza leggi, senza regole, senza più valori di riferimento. Il “condominio Italia” è una comunità dispersa, ossessionata dalla crisi e da un futuro senza prospettive e tuttavia pronta a ogni compromesso, abilissimi tutti nell’arte di arrangiarsi. 
In scena sei attori (tra cui lo stesso Perrotta) e un musicista che si raccontano e ci raccontano, usando diversi dialetti, con motivetti orecchiabili e rime triviali, in un crescendo impietoso e profondamente amaro. E non sfuggono alcuni accenti brechtiani (del resto la dimensione musicale è un chiaro omaggio a Kurt Weill) a scompaginare l’atmosfera da gran varietà. Perrotta riscrive Aristofane, ma ne prende a prestito la veemenza politica e tra siparietti teatrali, spot televisivi e quiz del Milionario compare a sorpresa il Salsicciaio (l’uomo nuovo de I Cavalieri) e il sogno di un cambiamento chiama in causa Lisistrata e lo sciopero dell’amore. Ma le utopie restano tali e la speranza si vanifica in un finale cupo e surreale in cui non c’è più musica, non ci sono più canti, non ci sono più parole. 
E gli attori schierati in proscenio non hanno più nulla di umano, ora sono animali inoffensivi e affamati a raccontare una metamorfosi che li condanna a una vita vegetativa senza più sogni, né desideri. Spettacolo complesso, orchestrato con elegante rigore, con un gruppo di interpreti che si destreggiano sapientemente tra canzoni, monologhi e un microfono che li accompagna fino all’epilogo, quando l’invettiva si fa muta e ti senti coinvolto e complice. Anche tu dentro la scena che si fa trincea mentre parte l’applauso a invadere lo spazio intorno, a rassicurarti nel tuo ruolo di spettatore. Forse più tardi tornerai a farti delle domande, a coltivare l’esigenza di un cambiamento per questa jungla contemporanea abitata dalla stupidità, dalla violenza e dalla cinica ossessione del denaro.
 
La Libertà - 18 luglio 2010
Il cabaret di Aristofane: così attuale, così reale
di Donata Meneghelli 
“Questo è Aristofane rovistato e scorretto”: nel prologo del suo “I Cavalieri – Aristofane Cabaret”, Mario Perrotta dichiara subito che lo spettacolo non sarà pedissequa riproduzione di una commedia del grande autore greco, bensì un rinnovarsi del suo spirito satirico e del suo vagheggiare utopie. 
Dopo le avvertenze, la musica ha inizio: un cabaret, fatto di canzonette, marcette, siparietti teatrali, spot televisivi. E’ lo riuscito spettacolo cucito dall’attore autore e regista leccese, e messo in scena venerdì a Veleia, dai bravissimi e poliedrici attori della compagnia Teatro dell’Argine Donatella Allegro, Lorenzo Ansaloni, Giovanni Dispenza, Paola Roscioli, Maria Grazia Solano e con le musiche dal vivo eseguite da Mario Arcari e dagli attori, Perrotta compreso. L’area archeologica veleiate ha ospitato l’anteprima nazionale di questo spettacolo che il talentuoso regista ha pensato come secondo momento della sua trilogia sull’individuo sociale: rilettura di classici per dire qualcosa al presente. Qualcosa che ci riguarda. Tutti. La drammaturgia è scritta da Perrotta, ispirato dai testi di varie commedie di Aristofane, di cui riprende pure il linguaggio, sapidissimo, a tratti scurrile. Ma non è Aristofane o Perrotta che scadono nel volgare. E’ la realtà che fotografano e che ci sbattono in faccia, ad essere volgare, a puzzare. 
Gli attori arrivano in scena per disporsi in un semiciclo, come in un circo. Con perfetta sincronia, si rimpallano luoghi comuni e frasi fatte: lamentele, chiacchiere, ossessioni. E’ il primo capitolo dello spettacolo: Condominio Italia. La domanda su come scoreggino le zanzare, è tratta dalla commedia Le Nuvole dove Aristofane se la prendeva con i parolai e i sofisti. Qui la l’interrogazione viene affidata al quiz del Milionario. Uno dei tanti frammenti del flusso televisivo che entrano sulla scena, come incursioni registrate. Il mix di attualità e dei testi di Aristofane è molto ben riuscito. Talmente si somigliano le invettive dell’autore leccese e del commediografo greco (in fondo, Grecia e Salento sono molto vicine), che quasi non le si riconosce. Da “Le Vespe”, il monologo di un magistrato, in una società di processi e tribunali, 
Anche la mimica dei personaggi è da osservare: in scena non smettono mai di far dondolare il bacino, come nell’atto di fottere. Fottere gli altri, fottersene delle tasse, fottere per godere. Tutto ruota attorno alla ‘mona’ e alla ‘salsiccia’. Non c’è da sorprendersi quindi se proprio un salsicciaio diventa l’Uomo Nuovo che i cavalieri portano alla ribalta della trasmissione ‘Porca a Porca’, dove lui lancia i suoi messaggi da demagogo: per lui la monarchia è il governo della mona, e l’anarchia è la società dove ‘tutto va a culo’. Qui è chiaro il riferimento ai Cavalieri di Aristofane in cui è proprio un salsicciaio a prendere il potere. A fare da refrain ai vari capitoli dello spettacolo, le cantilene sempre più urlate dei ‘cavalieri’, sorta di coro della commedia antica, che esprime il sentire del popolo. Gli attori usano tutti i dialetti, per mostrare che siamo tutti uguali, che non c’è nord sud sinistra o destra che tenga. 
Il terzo capitolo è quello del sogno, dell’utopia. Tratto da Lisistrata, il lungo manifesto delle donne che decidono lo sciopero dell’amore per costringere gli uomini alla pace. Ma l’utopia sembra impossibile. Il senso di guerra, di polveriera che sta per scoppiare (nonostante si cerchi di evadere nell’etere) è sempre presente. Alla fine però resta il silenzio: dopo frasi che perdono di senso, si accorciano, restano sospese, il linguaggio non significa più nulla, si involve in mugugni, infine scade in un silenzio vuoto. Le figure degli attori diventano emblemi del nulla: sono impegnate a rispondere agli istinti più bassi, fottere, mangiare, bere, fino a che non stramazzano al suolo, come materia senza spirito. Indossano maschere. E’ il teatro che ci mostra, con la satira, la fotografia di quello che siamo. La speranza è che, vedendosi in questo specchio deformato, qualcuno si riconosca, si sdegni e reagisca.
 
lospettatore.it - 16 febbraio 2011 
L'Italia con la scusa della crisi sotto la lente di Aristofane
di Nicola Zuccherini 
Fare satira è duro di questi tempi: le accuse di oggi saranno invocate domani a discolpa di malefatte peggiori, le rivelazioni scabrose diventano presto il vanto dei potenti, è diventato normale gridare quello che ieri era scandaloso sussurrare. La caricatura diventa documento. Però ci vuole lo stesso qualcuno che dica la verità, con i mezzi del teatro la scrittura gli attori le voci il canto la scena: non satira ci vuole, allora, ma commedia per mostrare l'umanità per quello che è e praticare la difficile virtù di essere sinceri. È questa la prova di Mario Perrotta, autore e regista con la sua troupe di attori del Teatro dell'Argine di I cavalieri - Aristofane cabaret, tratto dai testi del greco per raccontare i nostri tempi. 

Parola chiave: crisi. Ripetuta, masticata, cantata come un mantra per scrollarsi di dosso incertezze responsabilità impegni e mettersi al riparo da tutto. E poi gli immigrati, le donnine allegre, i ministri e gli onorevoli corrotti e corruttori. La denuncia è convinta, assesta i suoi colpi con ritmo serrato e abbondanza di mezzi. Gli attori sono figurette arrampicate sull'impalcatura che abbraccia la scena, ometti soli che si rifanno su chi è più solo, donne abbandonate all'abiezione. 

La varietà delle forme compositive è la cifra di questo cabaret che non parla ma urla, soffia, canta. Le scene della commedia greca si alternano a perfette canzoni da teatro, a estratti audio dai talk show televisivi, a monologhi e cori disperati e strafottenti. A garanzia di tutto il sudore, tanto sudore di Perrotta e dei suoi ben assortiti compagni: Paola Roscioli, Lorenzo Ansaloni, Maria Grazia Solano, Giovanni Dispenza, Donatella Allegro. Sarà per questo stratificarsi di invenzioni che lo spettacolo di Perrotta sembra capace di rivolgersi a pubblici diversi, di accogliere più di una lettura. Intanto sulla scena il rumore aumenta, l'ansia cresce, il movimento si fa sempre più scomposto. Fino a un finale muto: un silenzio che cala improvviso e pesante, come una minaccia.
 
scanner.it - novembre 2010 
Mario Perrotta. I cavalieri - Aristofane cabaret
di Tommaso Chimenti 
I classici sono contemporanei. Sono classici proprio perché hanno resistito alle intemperie del tempo e non si sono né scalfiti, né arrugginiti, né sciupati. Anzi il passaggio delle ere sulle loro croste ha esaltato il senso rendendolo universale. Hanno ancora i loro colori, l’ironia, la rabbia disincantata, sottratta al mero e bieco contingente, come se fossero stati scritti oggi, perdendosi nel tempo, prendendoselo, piangendo le miserie infime e infinitesimali dell’uomo, quello con la tunica dei tempi di Aristofane, e quello che esplora Marte, tecnologico ma con piercing tribali al naso. Perrotta usa il filosofo greco per descrivere i nostri tempi moderni, come una fotografia, uno scatto, per immortalare meglio chi siamo e dove stiamo. Dove stiamo andando invece è avvolto nel pessimismo. Dietro la macchina da presa ci siamo tutti noi. I “Cavalieri” (secondo passaggio della “Trilogia sull’Individuo Sociale” dopo il “Misantropo” da Moliere, e prima di “Bouvard e Pecuchet” da Flaubert) siamo noi che vorremmo esserlo, che assurgiamo al nostro Cavaliere, onnipresente ed onnivoro, per la soddisfazione dei nostri ideali e bisogni primari. Cavalieri senza patria, ma anche senza arte né parte. E’ infatti un autoscatto, i sorrisi imbarazzati, lo sguardo di circostanza, come a dire ci sono ma non volevo, non avrei dovuto, avevo un appuntamento, ero di fretta, scusate il ritardo, grazie, prego, scusi, tornerò. Ed invece ci siamo tutti dentro, schiacciati, compressi, fintamente sorpresi della deriva che “gli altri si, ma io no”, a scarica barile, a puntare il dito verso il vicino senza guardare la propria trave, le proprie traversie, nell’occhio, camuffato, truccato, improsciuttato. In un condominio Italia fatto da impalcature traballanti, effimere, in working progress fatiscenti, insicure da morti bianche e dondolanti senza fondamenta, un alveare Torre di Babele dove smozzica l’odio come la cenere rossa dalla sigaretta al vento, una junglee fever dove cola astio verso il diverso (dove “diverso” sono tutti gli altri all’infuori di te), tubi e pali che ricordano la messinscena della Gomorra teatrale o la coreografia-video di Jail house rock di Elvis impiantata in una prigione o ancora i “Pali” sopra i quali stanno Scimone e Sframeli per non farsi travolgere dalla melma-merda che scorre sotto implacabile alluvionando le coscienze. La fotografia di Perrotta però ci conduce in quel fango e trambusto e rumore che proprio il teatro ci aiuta a combattere e rifuggire: la Dea televisione. Ce la riporta, ce la incarta, ce la serve: i discorsi, registrati o recitati, utilizzando anche vari dialetti regionali, dai sei attori bravi negli stornelli da Rugantino amari, sono quelli da bar trasportati nei tanti talk show via etere e le citazioni, le parodie, i paradossi, i passaggi sono netti, precisi, lineari: ci sono Porta a Porta e stralci da Studio Aperto, Gerry Scotti e il suo Milionario. E’ la realtà, bellezza, che cosa ti aspettavi? Mi aspettavo la metafora, un giro largo per poi cogliere il punto di sorpresa, la finzione teatrale, non un dritto per dritto che fa perdere forza d’impatto al messaggio sotteso, che, appunto, sotteso non è, ma esplicito, frontale, svelato, chiaro, senza dubbi, senza ombre, senza alcuna sorpresa. Il razzismo diffuso, i preti pedofili, il berlusconismo, le ministre-veline, la cocaina, la crisi economica. E’ la tv, bellezza, che cosa ti aspettavi? Mi aspettavo il teatro, non una riproposizione della scontatezza appresa ed inalata dalla scatola catodica. Un passaggio, un filo diretto che ci consegna, come pizza a domicilio, anche Erba, Cogne, Novi Ligure e Pietro Maso, il magna magna, Maria De Filippi e Striscia la Notizia, tutto il pop, il trash, il debordante naturale, e normalmente accettato, che passa, in un riassunto- ricettacolo- almanacco- contenitore- antologia-album delle figurine del nostro quotidiano, dei peggiori anni della nostra vita. Più Beppe Grillo che Travaglio o Saviano o Report o Anno Zero, però. Un musical cabarettistico petroliniano che non risparmia il meteo, l’oroscopo e il Ponte sullo Stretto, bidimensionale dove manca, volutamente, l’analisi, l’approfondimento, il concetto, uno sguardo altro ed analitico. Il terzo capitolo, invece, sembra un corpo a sé stante, uno spettacolo nello spettacolo, che ha vita propria, lontana e scollegata, in frizione con le due prime parti precedenti. Come una zoomata o un focus, di quelli troppo repentini che fatichi a mettere nuovamente a fuoco l’immagine in primo piano, di quelli che danno mal di mare spiazzanti, Perrotta si concentra, mira, punta ad uno dei problemi affrontati nell’infilata, nella mostra del repertorio della mercanzia appena descritta. Tra i problemi e cancri che affliggono l’Italia l’autore di “Italiani cincali” sceglie la violenza sulle donne con dialoghi di botte casalinghe accettate e condivise, tra voci che fanno il verso nostalgico alla Magnani, alla Vitti, a Gabriella Ferri alla Loren. Col colpo di coda Perrotta riesce a rimettere la barca in acque tranquille (paradossalmente erano troppo serene prima perché non dicevano né svelavano niente di nuovo sotto il sole perché conclamate) con l’ultimo j’accuse alla platea - pubblico - popolo per una presa di coscienza e consapevolezza, un “I want you” dello Zio Sam, un inno alla disobbedienza verso i nuovi codici immorali ed illegali, un ritorno all’etica ed al rispetto, un omaggio alla rivoluzione di questi recenti canoni sguaiati e dopati, un Ave al vento nuovo, a prendersi le proprie responsabilità. Il teatro (non) sono solo canzonette. Voto 7
 
Il Domani - 7 dicembre 2010 
Perrotta suggerisce lo sciopero del sesso
di Vincenzo Branà 
Sarà per il fatto che a Bologna la ricerca di un “uomo nuovo” è una caccia aperta ormai da mesi, e che tra l’altro, in passato portò in auge proprio un“carnezzaro ”(cioè un macellaio) a cui per cinque anni è spettata la fascia di primo cittadino. Oppure forse sarà per quel giuramento di Lisistrata, il primo “sciopero del sesso” della storia, che attualizzato ai giorni nostri sembra suggerire la più eversiva delle risposte all’ormai celebre kamasutra berlusconiano, il biglietto da visita italiano oltreconfine che ha rimpiazzato i ben più degni pizza e mandolino. Fatto sta che la rilettura che Mario Perrottafa fa de I Cavalieri i di Aristofane diverte, solletica, affascina sin dalle prime battute, catturando poi attenzione e simpatia del pubblico fino alla chiusura del sipario. Un Aristofane "rovistato e scorretto", spiega lo stesso Perrotta all'esordio sulla scena, che intreccia i temi dell’antica commedia coni tormentoni del nostro mondo catodico, fotografato nel pieno della litania sulla crisi (“Madonna che crisi!”).  Il testo insomma è rimaneggiato ad arte, e regia e cast vi si muovovono con bravura e intelligenza, guadagnand ominuto dopo minuto il grande applauso del finale.
 
bolognateatro.it - dicembre 2010 
I Cavalieri - Aristofane cabaret
di Carlo Magistretti 
Finalmente il cabaret! La parola che Perrotta utilizza nel titolo è quanto mai azzeccata e tutt'altro che pretenziosa: lo spettacolo usa il linguaggio del cabaret classico (ricordate Fo, Gaber, Iannacci, la Monti...) e lo fa con bravissimi attori (all'occorenza anche sorprendenti cantanti) e un musicista di tutto rispetto (M° Mario Arcari). 
Breve cenno alle musiche, già che ci siamo: filologicamente in linea con la tradizione del cabaret italiano, strumenti semplici (chitarre, rullante, tamburello, fisarmonica, poi due guest star: sax e clarinetto) e melodie molto orecchiabili, al limite del già sentito, che non hanno la pretesa di essere hit da classifica, ma sono perfettamente utili al raggiungimento del risultato finale. 
Se avevate visto Misantropo sempre di Perrotta ricorderete una scenografia inesistente, fatta da un semplice fascio di luci rettangolare che circonda il centro della scena come a creare un dentro e un fuori, quasi come una gabbia. E in qello spettacolo ricordo di aver percepito una rabbia di Perrotta nei confronti della società (ricordo che si tratta di una trilogia sull'individuo sociale di cui il Misantropo era il primo, questo su Aristofane è il secondo). Bene, un anno dopo, quel fascio di luce rettangolare si sviluppa in altezza, creando un sopra e un sotto, un dentro e un fuori, un palco e una platea. Questa in sintesi l'Italia vista da Perrotta che utilizza gli schemi Aristofaneschi ma riscrive tutto adattando la feroce satira del commediografo greco verso l'Atene di allora (era già una democrazia) alla nostra Italia (è ancora una democrazia?). 
A proposito di collegamenti: per tutto lo spettacolo ho avuto dei flash di Ettore Petrolini, sia per lo stile sia per i contentuti, come se la satira di allora, inserita nel contesto di un regime, fosse scritta oggi, in un paese che non è sotto un regime, o forse no? Questo dubbio mi è venuto quando, vedendo questo divertentissimo show guidato dal demiurgo finalmente libero da gabbie Mario Perrotta, mi sono accorto di questo: nel ventennio si usava il pronome "lui" per indicare Mussolini. Oggi, se in un dibattito qualunque (o al telegiornale) sentiamo parlare di lui, sappiamo tutti a chi ci si riferisce. 
Spettacolo da vedere, Perrotta ha bisogno di questa libertà per esprimersi al meglio. Voto: 8 con lode. 
 
Il Gazzettino
Aristofane reso attuale dalla prova di Perrotta
di Margherita Timeus
È lo spettacolo che poche settimane fa si è aggiudicato il prestigioso Premio Ubu (in pratica, l'Oscar del teatro italiano) a regalare tante risate e inquietanti spunti di riflessione ad una nuova tappa del calendario di Akropolis.12, rassegna di teatro civile del Teatro Club di Udine. Sulle tavole del Palamostre, lo scorso sabato 14 gennaio, é andato infatti in scena I Cavalieri - Aristofane Cabaret, divertente e intelligente rilettura della comicità del commediografo della Grecia classica, che si rivela sorprendentemente attuale nell'interpretazione di Mario Perrotta (che ha curato anche allestimento e regia), assieme a Paola Roscioli, Lorenzo Ansaloni, Maria Grazia Solano, Giovanni Dispenza, Donatella Allegro, e con le musiche dal vivo di Mario Arcari. Sembra quasi incredibile, infatti, quanto questo testo di 2500 anni fa, con pochi ritocchi atti a rievocare i fatti della cronaca più recente, possa essere una feroce ma quanto mai azzeccata fotografia dei vizi dell'uomo, del suo conformismo, della sua propensione a rifugiarsi nei luoghi comuni, nella sua propensione all'ipocrisia, all'adulazione, alla corruzione. Il tutto narrato con ritmo e umorismo, a più voci magistralmente interpretate tra le quali si intravedono palesi «infiltrazioni» di commedia dell'arte, riferimenti all'avanspettacolo e alla tradizione petroliniana, suggestioni quasi brechtiane, in un mix di comicità urticante, irriverente e tutt'altro che scontata. Lo spettacolo, assieme al molièriano Misantropo e al prossimo Bouvard e Pécuchet di Flaubert, è parte della "Trilogia dell'individuo sociale", percorso che Perrotta ha intrapreso appunto per esplorare, con il linguaggio diretto, efficace e allusivamente sarcastico del cabaret, la disgregazione della società contemporanea, sempre più dimentica del diritto/dovere del senso di responsabilità individuale.
 
Messaggero Veneto
PERROTTA AD AKROPOLIS - Aristofane al cabaret, e rispunta l'Italietta che non vorremmo
di M.B.
Che Aristofane l'avesse capito il mondo, e quello della politica, non è certamente un mistero, ma che la fotografia che di quel mondo faceva mettendone in scena i troppi vizi e le rare virtù nell'Atene di oltre duemila e cinquecento anni fa si tagliasse così perfetta, così uguale all'immagine di quello nostro, della politica spettacolo e della società che quella politica ha fatto sua in un misto di rassegnata impotenza, cieca e catodica, adesione, era difficile da immaginare. A raccontarcela, questa sorprendente coincidenza, Mario Perrotta, l’altra sera ad Akrópolis con il suo intelligente, scorticante, amarissimo I cavalieri - Aristofane Cabaret. E del cabaret, quello vero, unico, stile Gufi come dell'avanspettacolo e della rivista più caciarone e irriverenti, lo spettacolo di Perrotta ha tutti i crismi, quasi non ci fosse altro modo per raccontarla, questa nostra degradata Italia. Ridere per non piangere, perché alla fine se la politica ha le sue colpe altrettante di gravi ne hanno gli italiani. Cosí nel primo capitolo, Condominio Italia, tra una gag, una marcetta, una canzoncina e qualche rabberciata pantomima, ecco l’elenco di tutte le nostre magagne: xenofobia, qualunquismo, voglia di fregare lo Stato e il prossimo, violenza e frustrazione in un rimpallo di responsabilità paralizzante. Una palude stagnante al punto che la tentazione di un uomo nuovo si presenta puntuale, magari dietro l'angolo di ogni identico talk show. Porca a porca diventa allora il talk per eccellenza in cui si sfidano l'uomo nuovo, un' esi-larante e disarmate imitazione del Bersani di turno, e l'uomo vecchio, ma sempre nuovo televenditore di fumo, il lui becerissimo, mai nominato, che è l'anima nera di questa grottesca e veritiera rappresentazione. Nessuna speranza? Quand'ecco le donne che, come già nella commedia aristofanesca inscenano il solo sciopero. possibile (?), quello del sesso. Anche lì però le sirene della seduzione macho-mediatica faranno crollare barriere e certezze. Non ci sono allora più parole, l'indignazione la protesta la rivolta, come la satira sembrano non avere più spazio. Al commediante non resta che la maschera e la panto-mima, per raccontare col grottesco antico della commedia dell'arte di un paese dove tutti magnano, fregano, fottono, rubano. Applausi calorosissimi, bravissimi tutti i sei attori e il musicista, Mario Arcari, autentica orchestra di scena. 
 
ilgiornaledelfriuli.net
I Cavalieri. Aristofane Cabaret
di Gianni Cianchi
Fa parte della "Trilogia sull'individuo sociale" lo spettacolo con cui Akròpolis inaugura il 2012 al Palamostre di Udine. È un ottimo inizio d'anno con I Cavalieri — Aristofane Cabaret, seconda parte della "Trilogia" la cui qualità, del resto, è stata riconosciuta lo scorso dicembre con l'attribuzione del Premio Ubu. Il progetto, ideato e realizzato da Mario Perrotta con la Compagnia del Teatro dell'Argine, descrive, in particolare con I Cavalieri, l'Italia dei nostri giorni con tutte le sue miserie e la galleria di politici, faccendieri, corrotti e corruttori, preti pedofili, escori, usurai, finanzieri... l'elenco sarebbe lunghissimo e riguarderebbe fatti e persone che tutti conoscono e che fanno indignare sempre la medesima parte della popolazione, mentre trovano indifferente, scettica, complice o perfino gratificata l'altra parte. Insomma chi ha voglia o coraggio di guardarsi attorno e soprattutto chi ha l'onestà di non negare l'evidenza non trova nulla di inedito nello spettacolo di Perrotta. Lo scandalo, semmai, sta nella gente che sembra disposta a ingoiare tutto senza alcun conato. È su questo versante che lo spettacolo vira, animato dall'utopia, dichiarata fallimentare in partenza, di far capire come stanno le cose e perché ci si abitua a convivere con la menzogna e la manipolazione. Perrotta non si esaurisce nella denuncia (sarebbe il già visto in decine di occasioni) ed esprime soprattutto il rammarico, la rabbia, lo sconcerto, la tristezza di chi si ritrova impotente a far accettare la verità più ovvia. Un simile approccio ai temi trattati restituisce il giusto peso a denunce inflazionate che riacquistano sapore perché veramente partecipate e condite con quella giusta dose d'ironia che la forma del cabaret consente. La battuta iniziale, "questo non è Aristofane", sembra rivolta al filologo classico perché allo spettatore comune, sia pure digiuno di drammaturgia antica, è subito evidente che se il commediografo ateniese potesse descrivere l’Italia di oggi non direbbe cose gran che diverse da quelle dette e cantate dai sei bravissimi attori. Aristofane c'è (e come!), come un modello "rovistato e scorretto" nella forma e sostanzialmente rispettato e rigenerato nella sostanza. Una nuda struttura di tubi "innocenti", microfoni ad asta oppure "gelati" e la musica in scena di Mario Arcari bastano agli attori per illustrare in quattro capitoli le numerose responsabilità e le insufficienze di tutti gli Italiani, compresi spettatori e teatranti. Le diverse flessioni dialettali suggeriscono che nessuna "piccola patria" può vantare la propria verginità e qualificarsi come eccezione alla deriva generale, tant'è che spesso, ora l'uno, ora l'altro dei cabarettisti dichiara di voler abbandonare per sempre quest'Italia insopportabile. La commedia di Aristofane dà lo spunto per il secondo capitolo dello spettacolo, "L'uomo nuovo", in cui il popolo deve scegliere il proprio leader. Lo scontro fra Paflagone e il salsicciaio per la presidenza del consiglio ateniese si traduce in un talk show televisivo in cui si confrontano Berlusconi e Bersani (contaminato con Beppe Grillo) con i relativi stacchi pubblicitari gestiti dalle sorelle Badoglio. Ed è proprio la televisione presa particolarmente di mira perché strumento impiegato per rincretinire i cittadini con una miriade di programmi trash, la spazzatura di cui gli italiani sono sempre più ghiotti. Nel terzo capitolo la "Lisistrata" suggerisce alle donne lo sciopero del sesso per costringere gli uomini a fare meno "cazzate" in pubblico e in privato. Per quanto riguarda la dirigenza politica, un'altra commedia aristofanesca, "Le donne al parlamento", assicura che il gentil sesso difficilmente si renderebbe artefice delle scempiaggini e della volgarità degli attuali parlamentari maschi e delle poche femmine presenti in aula perché, sotto sotto, anche loro sono uomini, o devono la carica a ragioni che il pudore consiglia di sottacere. L'ultimo capitolo riprende il primo, "Condominio Italia", e termina con i sei attori (il volto mascherato alla maniera della Commedia dell'Arte) che mimano le azioni del mangiare, fottere, rubare, bere e schiattare defecando. A questo dovrebbe limitarsi la vita dei cittadini secondo i precetti della propaganda demagogica orchestrata da un potere irremovibile nel censurare e criminalizzare chi cerca di risvegliare la coscienza di un popolo ipnotizzato dal falso e dal non senso. Prolungati gli applausi. 

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